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Philip R. Lane
Member of the ECB's Executive Board
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Intervista con La Stampa

Intervista a Philip R. Lane, Membro del Comitato esecutivo della BCE, condotta da Fabrizio Goria il 12 gennaio 2026

16 gennaio 2026

Due anni fa l’Eurozona ha attraversato uno dei più violenti shock inflazionistici della sua storia recente. Qual è oggi la situazione?

Tra il 2021 e il 2022 abbiamo assistito a un forte aumento dell’inflazione del tutto eccezionale. Da allora la BCE ha intrapreso un deciso percorso di politica monetaria restrittiva, che ha riportato l’inflazione verso il nostro obiettivo del 2%. Il 2026 rappresenta una fase di transizione particolarmente importante. L’inflazione complessiva è già intorno al 2%, ma se guardiamo alla composizione vediamo che al netto dell’energia è ancora intorno al 2,5%, mentre l’inflazione dei beni energetici è negativa.

Cosa attendersi?

Quello che ci aspettiamo nel corso di quest’anno è una transizione verso un’inflazione del 2% più sostenibile, con un calo della componente dei servizi e dei salari. Questo contribuisce a stabilizzare il ritorno dell’inflazione al nostro obiettivo. Le nostre proiezioni di dicembre indicano un’inflazione dei beni non energetici pari a circa il 2% nel 2026, 2027 e 2028, con lievi scostamenti dall’obiettivo solo per l’inflazione complessiva.

Guardando al 2026, qual è il principale rischio macroeconomico per la BCE: una nuova accelerazione dell’inflazione o un rallentamento più marcato dell’attività economica?

Diamo molta importanza alla nostra valutazione dei rischi. Per una banca centrale è però importante non trasformare l’analisi dei rischi in un esercizio di classificazione, ma piuttosto individuare i principali fattori di rischio, cosa che facciamo nella nostra dichiarazione di politica monetaria. Li esaminiamo e li valutiamo di continuo. Quindi, invece di concentrarci solo sul rischio principale, consideriamo un insieme di fattori di rischio.

Detto questo, guardando al quadro complessivo, credo che i principali rischi per l’area dell’euro siano esterni. Riguardano la crescita dell’economia mondiale, l’evoluzione delle tensioni geopolitiche e il modo in cui queste interagiscono con le politiche commerciali a livello mondiale.

I mercati restano però molto preoccupati per la debolezza della crescita nell’Eurozona.

Gli ultimi anni sono stati particolarmente difficili per l’economia europea. Il periodo 2023-2025 è stato caratterizzato da una combinazione di più fattori: l’elevata inflazione ha ridotto il reddito reale delle famiglie, penalizzando i consumi; i prezzi dell’energia molto elevati hanno inciso sui costi delle imprese, riducendo gli investimenti; e l’aumento significativo dei tassi di interesse ha contribuito alla debolezza del contesto economico.

A questo si sono aggiunti i cambiamenti del panorama commerciale mondiale. Se guardiamo al 2023-2025, è chiaro che in diversi Paesi europei la performance economica è stata deludente, anche se l’economia dell’area dell’euro nel suo complesso è cresciuta e la disoccupazione è rimasta bassa.

Ma?

Oggi stiamo entrando in una fase di transizione. Abbiamo assistito a un calo persistente dei prezzi dell’energia nell’ultimo anno, e soprattutto da quest’anno vediamo un maggiore sostegno di bilancio in Germania, che contribuirà alla crescita. Abbiamo portato i tassi di interesse dal 4% del giugno 2024 al 2% del giugno 2025. Poiché la politica monetaria agisce con un certo ritardo, riteniamo che questi sviluppi inizieranno a sostenere in modo più visibile settori come l’edilizia nel 2026 e nel 2027. Assisteremo quindi in questi anni a una più forte ripresa ciclica dell’economia europea. Resta però una criticità strutturale: il tasso di crescita potenziale dell’Europa non è elevato. Per questo è fondamentale accelerare le riforme raccomandate nella relazione di Mario Draghi sul futuro della competitività europea e nella relazione di Enrico Letta sul rafforzamento del mercato unico. Migliorare il tasso di crescita dell’economia europea è una necessità urgente.

Quanto siete convinti che l’attuale livello dei tassi sia appropriato?

È utile ricordare da dove siamo partiti. Prima della pandemia il tasso della BCE sui depositi presso la banca centrale era al -0,5%. Tra il giugno 2022 e il giugno 2024 è salito fino al 4%, poi è sceso al 2% nel giugno 2025. Oggi ci troviamo in una situazione in cui il tasso nominale e l’inflazione sono entrambi intorno al 2%, quindi il tasso reale corretto per l’inflazione è vicino allo zero e le prospettive di crescita stanno migliorando.

Quindi?

In questo contesto nessuno si aspetta grandi movimenti dei tassi. Il dibattito attuale sugli aggiustamenti marginali al di sopra o al di sotto del 2% è tipico di una fase più “normale” di politica monetaria. Nel nostro scenario di base prevediamo una situazione notevolmente stabile. Viviamo però in un mondo caratterizzato da molta incertezza e per questo ribadiamo che, se gli sviluppi dovessero allontanarsi dallo scenario di base, saremo pronti ad adeguare la politica monetaria.

In quali circostanze la BCE potrebbe tornare ad alzare i tassi?

Il nostro scenario di base, definito a dicembre, prevede inflazione in linea con l’obiettivo per diversi anni, crescita vicina al potenziale e disoccupazione bassa e in diminuzione. In questo contesto, non vi è un dibattito sui tassi di interesse a breve termine. Il livello attuale dei tassi è coerente con lo scenario di riferimento per i prossimi anni. Reagiremo solo in presenza di sviluppi in entrambe le direzioni. Da un lato, molti degli sviluppi che potrebbero spingere l’inflazione al di sotto dell’obiettivo a medio termine sarebbero legati a un rallentamento dell’economia. Dall’altro, gli sviluppi che porterebbero l’inflazione al di sopra del nostro obiettivo di medio termine sarebbero generalmente associati a un’accelerazione dell’attività economica. Vorrei però sottolineare che, nel nostro scenario di base, l’economia è prossima alla crescita potenziale. Per andare al di sopra di tale scenario bisognerebbe osservare un’accelerazione significativa dell’economia. Un altro scenario sarebbe quello di un grave shock dell’economia mondiale, simile a quanto accaduto nel 2021-2022, con rilevanti strozzature e interruzioni delle catene di approvvigionamento mondiali. Ma questo sarebbe uno scenario più estremo, caratterizzato anche da forze recessive.

Lei ha citato la frammentazione. A circa un anno da quello che è stato definito dall’Amministrazione USA come il “Giorno della Liberazione”, il commercio mondiale resta sotto pressione. Come hanno influito i dazi sulle prospettive di crescita e inflazione dell’area dell’euro? Ci sono stati effetti di secondo impatto?

Siamo solo a gennaio, è passato meno di un anno. La decisione sui dazi bilaterali USA-UE risale all’estate scorsa. Complessivamente, per gli Stati Uniti, i dazi effettivi sono stati inferiori a quanto temuto con l’annuncio iniziale nell’aprile precedente, grazie a esenzioni e passi indietro in settori chiave. Certamente molte imprese europee hanno subìto un duro colpo, ma la forte domanda interna americana ha in parte compensato l’effetto, permettendo a molte aziende di trasferire i costi sui clienti americani. Un elemento cruciale è stato l’andamento del dollaro: l’anno scorso non ne abbiamo visto la forza, ma la debolezza. Gli investitori hanno riconsiderato le posizioni sul dollaro a seguito delle nuove politiche dell’Amministrazione USA, portando l’euro ad apprezzarsi da circa 1,08 dollari dello scorso marzo fino a toccare 1,18 in giugno, per poi stabilizzarsi intorno a 1,16-1,18 dollari. Questo apprezzamento ha avuto un effetto disinflazionistico per l’area dell’euro.

Se questa frammentazione tra USA, Europa, Cina ed economie emergenti diventasse strutturale, come cambierebbero le prospettive di inflazione a medio termine per la BCE?

Stiamo assistendo all’abbandono di un approccio puramente multilaterale alla globalizzazione, ma non vedo un ritorno all’isolazionismo totale. Tutti i paesi riconoscono l’importanza di mantenere un volume significativo di scambi internazionali. Gli Stati Uniti hanno ridotto alcuni dei dazi più rilevanti imposti alla Cina, mentre l’Europa sta cercando di concludere nuovi accordi commerciali, come quello siglato con il Mercosur. Siamo quindi di fronte a un sistema commerciale a più livelli. Per noi ciò comporta probabilmente una maggiore volatilità. Dobbiamo capire se uno shock è transitorio o di medio termine. Questi fattori influenzano sia la domanda che l’offerta: se un’impresa perde un mercato di sbocco, taglia gli investimenti (effetto negativo sulla domanda); se perde un fornitore chiave, cala la sua capacità produttiva (effetto sull’offerta). Se questi fattori dovessero muovere l’inflazione in modo persistente in una o nell’altra direzione, la politica monetaria ne verrebbe influenzata.

Quanto pesa oggi la politica della Federal Reserve sulle decisioni della BCE?

Direi che esiste un ampio consenso sul fatto che il miglior risultato per l’economia mondiale sia che ogni banca centrale si concentri sul proprio mandato. Il Federal Reserve System degli Stati Uniti deve perseguire il suo obiettivo di stabilità dei prezzi e il suo mandato sull’occupazione. Se la Federal Reserve si concentra sul proprio mandato, questo consente anche a noi, alla BCE, di fare lo stesso. Naturalmente teniamo conto di ciò che accade negli Stati Uniti, ma non siamo un continente dollarizzato. Ciò che conta per noi sono le condizioni finanziarie e macroeconomiche dell’area dell’euro. Noi controlliamo i movimenti del nostro tasso di riferimento. È ovvio che le decisioni della Fed abbiano effetti sui mercati globali: influenzano i tassi a lungo termine, le condizioni finanziarie internazionali e i tassi di cambio. Tutti aspetti rilevanti per noi, ma la nostra bussola restano sempre i fondamentali europei. Se la Federal Reserve assolve il proprio mandato, ciò crea un contesto a noi favorevole. Sarebbe invece economicamente problematico per noi se l’inflazione negli Stati Uniti non tornasse all’obiettivo o se le condizioni finanziarie negli USA si propagassero a un aumento del premio a termine. Una riconsiderazione del ruolo futuro del dollaro potrebbe inoltre costituire una sorta di shock finanziario per l’euro. Vi sono quindi scenari in cui, se la la Federal Reserve si allontanasse dal proprio mandato, questo creerebbe difficoltà. Tuttavia, credo che l’esperienza dimostri che il Federal Open Market Committee vi abbia sempre tenuto fede.

A proposito di Fed, gli attacchi contro Jerome Powell continuano. Quanto è cruciale oggi l’indipendenza delle banche centrali?

Abbiamo ormai decenni di evidenza empirica che dimostrano come una politica monetaria basata su indipendenza e competenze tecniche produca risultati migliori. Tutti beneficiano di un’inflazione mantenuta intorno al 2%. L’indipendenza serve proprio a isolare le decisioni monetarie dalle pressioni politiche di breve periodo, nel quadro di un chiaro mandato giuridico che orienta il processo decisionale.

Sempre a proposito degli USA, i mercati azionari hanno valutazioni record. Teme una brusca correzione? Se sì, quali sarebbero i riflessi per l’Europa?

Esiste un reale incremento potenziale della produttività legato all’intelligenza artificiale (IA) e il mercato sta reagendo di conseguenza, identificando le imprese che potrebbero trarne vantaggio. Possiamo distinguere tra due scenari di correzione. Oggi vediamo aziende leader investire massicciamente nell’intelligenza artificiale e il mercato reagisce premiando chi ritiene ne beneficerà. Se il potenziale reale dell’IA rimane intatto, ma gli investitori cambiano idea su “chi” vincerà la sfida, avremmo una correzione finanziaria che colpirebbe chi possiede quei titoli, inclusi gli investitori europei, ma l’impatto economico sarebbe limitato.

Tuttavia?

Lo scenario peggiore è un altro: se dovesse emergere che l’IA non è quel “game changer” che tutti si aspettano. Se l’IA deludesse in termini di aumento di produttività e riduzione dei costi, avremmo non solo una correzione dei mercati, ma anche dell’economia, con un pesante contraccolpo sugli investimenti. Al momento è difficile vedere un fattore scatenante immediato, ma potrebbe accadere. Si tratta comunque di una dinamica che si svilupperà nell’arco di diversi anni.

Abbiamo parlato di un mondo in transizione. La Cina, con la sua sovracapacità produttiva, rappresenta una forza disinflazionistica o un rischio strutturale?

In Europa abbiamo visto chiaramente un calo dei prezzi delle importazioni dalla Cina. Le imprese europee che competono sui mercati mondiali devono pertanto adeguare i propri prezzi per mantenere le quote di mercato. L’euro si è inoltre apprezzato. Il mondo auspica che l’espansione della capacità produttiva cinese sia accompagnata da un rafforzamento della domanda interna. Un’economia mondiale più equilibrata richiede che l’aumento dell’offerta in Cina proceda di pari passo con maggiori opportunità di esportazione verso il mercato cinese, anche nei servizi.

L’Europa ha un problema di competitività, specialmente nel manifatturiero. Quanto di questo è un problema macroeconomico e quanto è strutturale, quindi fuori dalla portata della BCE?

Più che di competitività, parlerei di un problema di “dinamismo”. Il settore più dinamico oggi è quello tecnologico e l’Europa non ha una presenza sufficientemente forte in questo ambito. Inoltre, la Cina è salita nella scala della complessità tecnologica, offrendo alternative valide ai prodotti europei. Dobbiamo rendere l’economia europea più orientata alla crescita, riducendo la dipendenza dalle esportazioni e puntando maggiormente sulla domanda interna. Vediamo segnali positivi: le imprese europee stanno iniziando ad adattarsi, investendo ad esempio nell’intelligenza artificiale. È fondamentale identificare i casi d’uso in cui l’IA è in grado di migliorare la produttività e rispondere dinamicamente a questo nuovo contesto globale.

Quali sono le tre priorità per l’Eurozona nel 2026?

Primo, rafforzare il mercato unico, in particolare nei servizi, nell’energia e nelle telecomunicazioni. Secondo, completare l’Unione del risparmio e degli investimenti, per migliorare il finanziamento dell’economia europea. Terzo, portare avanti il progetto dell’euro digitale, che considero sempre più una componente essenziale dell’autonomia monetaria europea in un sistema finanziario in rapida trasformazione.

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